La Metamorfosi: Apologia Della Bestemmia

La Metamorfosi: Apologia Della Bestemmia

Diciamocelo, tanto che cazzo cambia dirlo o non dirlo?
C’è chi nasce veneto e quindi già condannato a una vita di Madonne Puttane vagamente cantilenanti e c’è chi nasce con il Cristo come coinquilino fisso nel cervello e l’autoflagellazione con il cilicio in abbonamento premium.
E poi c’è l’immensa, schifosissima maggioranza: gente che bestemmia con parsimonia ma con un senso di colpa di grado mediamente basso o nullo.

Piede contro lo spigolo del letto? Porco Dio! (che originalità.)
Smartphone nuovo che si suicida sul pavimento? Porca Madonna! (complimenti per le mani di merda.)
Cane che ti caga in salotto? Mannaggia a Cristo! (amen.)

Bestemmie asettiche, sfoghi motivati.
Prima di entrare in questo girone infernale chiamato IT, appartenevo ai moderati.
Non disdegnavo la blasfemia, eh ma ero un’ignava del diocane.
Tipo quelli che si vantano di non essere “né di destra né di sinistra” o quelli che dicono “credente ma non praticante”.
Porcodiavo con una certa creatività, sì, ma anche con una sottile nota di morigeratezza.
Bestemmie da sofista annoiata: esercizi di stile, variazioni sul tema, piccoli scoppettii lessicali.
Nessun plesso solare in fiamme. Non sentivo le farfalle nere nello stomaco.
Solo un blando “porcodio” randomico.
Poi, a un certo punto chissà quando, chissà perché (e soprattutto chissà chi se ne frega) mi sono chiesta:
ma quando cazzo ho smesso di giocare alla bestemmia da principiante e ho iniziato a farne uno stile di vita?
Quando è diventata la mia grammatica di base, il mio ossigeno?
Voi ve lo ricordate, il momento esatto in cui avete smesso di fingere che la bestemmia fosse solo uno “sfogo occasionale” e avete capito che era l’unica cosa che vi teneva ancora in vita in mezzo a questo circo di ticket, deploy falliti, colleghi mentecatti e stipendi che insultano il vostro intelletto?

Rewind.

Sono andata indietro con la memoria (operazione inutile, lo so, tanto il passato non si patcha) e ho rivisto i primi anni di lavoro in quel merdosissimo buco di culo chiamato NOC.
Eppure, porca troia, ci ho passato quattro anni interi in una tranquillità quasi zen: tipo monaco tibetano che medita mentre il mondo gli piscia in testa.
Immaginate qualcosa di peggio?
No, davvero, provateci.
Decine di ticket al giorno, tutti cloni perfetti: stesso testo copiato-incollato, stessa urgenza fasulla, stessi utenti incazzati che non sanno nemmeno dove si trovano ma pretendono che tu risolva i loro problemi, talvolta solo psichiatrici, alle 17:59 del venerdì.
Ignoranti patentati, problematici cronici, convinti che il loro “non funziona” sia un codice Da Vinci da decifrare.
Colleghi?
Di merda e non per modo di dire: schifo allo stato puro, diarrea umana certificata.
Ne salvavi forse due su cento ma sono rimasta per tanti anni poiché, inspiegabilmente, con il cliente andavo d’accordo.
Poi è arrivato il giorno in cui il capo mi ha sparato una richiesta talmente oscena nella sua inutilità, che mi si è acceso un interruttore nel cervello.
Dimissioni in tronco, zero preavviso, zero rimpianti. Fuori dai coglioni alle 16.
Peccato che due settimane dopo stessi svolgendo lo stesso identico lavoro ma con colleghi peggiori presso un’altra azienda.
Disgustoso.
Aberrante.
Vomitevole.
Gente che avrebbe venduto il culo della propria madre per 10 euro nette in più all’anno.
Niente team building (grazie al cazzo).
Niente team working (nemmeno per sbaglio).
Niente chiacchiere, niente caffè, niente di niente.
Evitavo pure di parlare con il mio boss perché aveva le capacità cognitive di una sedia a dondolo e mi faceva salire il Cristo ogni volta che dovevamo interloquire.
Sopravvivevo. Punto.
Contavo i giorni allo stipendio come si contano i respiri prima di annegare.
Se non avessi avuto affitto e bollette me ne sarei andata dopo la prima mezza giornata.
Invece quel “momento” è durato altri quattro fottutissimi anni.
Mi mancavano pure le forze per cercare un altro lavoro.
Troppo stanca per scappare, troppo stanca per restare, troppo stanca per esistere.
Fortunatamente dopo quell’esperienza avere colleghi pezzi di merda è diventata l’eccezione e non più la regola.
Ho trovato ambienti quasi umani, dove la gentilezza non è considerata un’anomalia e dove la professionalità non è una colpa.
Ma non mi illudo: è solo un livello superiore di questo squallido gioco.
Più pulito, più illuminato, più corporate friendly.

Ma torniamo a noi, qual è stato il momento clou, quello che mi ha fatto trasformato da insipida bestemmiatrice occasionale a bestemmiatrice seriale?
Quinto anno di galera retribuita. Primavera inoltrata, luce che entra dalle finestre come a dire “Che bel letamaio ti sei scelta, eh?”. Metà pomeriggio.
Aria densa di sudore stantio e caffè, rumore costante di ventole, caldo e scoglionamento a livello avanzato.

Lui era già lì, nell’open-space, non so da quanto tempo. Ore, giorni, settimane (o forse mesi?)
Era “quello nuovo”. Non aveva un nome. Non me ne fregava nemmeno un cazzo di sapere se lo avesse e, nel caso, quale fosse.
Non l’avevo notato. Non notavo nessuno, non guardavo nessuno. Mi stavano sul cazzo tutti con la medesima democratica intensità.

Improvvisamente, dalla sua PdL parte un PORCODDIO cristallino, secco, chirurgico, da intenditori. Non un lamento da neofita, né un urlo isterico. Un porcoddio consapevole: la rete non va, i ticket non finiscono mai, lo stipendio è sempre basso e la vita è un perenne deploy in produzione senza rollback.

Incredula, alzo gli occhi dal monitor che nel frattempo vomitava l’ennesimo show running-config di un router configurato a cazzo di Buddha fritto.
Faccia incazzata, silenzioso, sguardo da “Vorrei morire schiacciato da un Iveco piuttosto che stare qui” e per la prima volta sorrido.
Gli sorrido. Lui nemmeno se ne accorge ma per me è una svolta, una brutale epifania: la bestemmia non è solo liberatoria. È la terapia cognitivo-comportamentale più economica e più efficace sul mercato, riduce il cortisolo, allinea i chakra del cazzo, sincronizza le frequenze e crea legami più forti di qualsiasi retrospective agile o di qualunque merdosissimo evento di team building aziendale, crea legami più intensi del cerchio dell’amicizia inventato dai vostri HR in cui dovete dire cosa vi fa stare bene nel team. Niente, porco dio, non mi fa stare bene niente.

Se non credete ai benefici che vi ho elencato, andate a chiedere agli altri due Admins.
Loro lo sanno.
Hanno il mio stesso “porcodio” pronto in canna e la stessa allergia cronica alle riunioni di allineamento, il silenzio incazzato e la consapevolezza che tanto prima o poi il sistema crasha lo stesso.
Basta un’occhiata virtuale e ci capiamo: siamo una specie di setta che non ha bisogno di logo, né di statuto, né di budget per le felpe coordinate.
Abbiamo solo la bestemmia.
E funziona alla grande.

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